Marzo 2012, Roma: Asai sensei! - Facile. Ma difficile.

 

"Facile. Ma difficile." è uno degli intercalari più frequenti nel vocabolario di Hosokawa sensei.

Asai evidentemente condivide questa massima, convincendo ad impegnarsi al massimo anche su tecniche "per principianti"

Nelle fasi di studio successivo inizia - sempre in katatetori gyakuhanmi - posizionando la mano con il palmo verso l'alto a livello jodan (alto). In questo modo la presa di uke è obbligata: afferrerà il polso da sotto, mentre prima gli veniva naturale afferrarlo da sopra.

 

 

 

 

 

 

 

A questo punto il maestro porta la sua mano in posizione gyakute, con il palmo verso il basso.

Uke, che non può opporsi alla rotazione, che avviene in direzione del suo punto debole, il pollice, la deve seguire e si ritrova con il gomito sollevato in alto.

Come già sottolineato da Osawa sensei questa posizione del gomito non solo rende assolutamente inefficace l'azione del braccio, ma impedisce di utilizzare anche l'altro che non è più in grado di arrivare a contatto con tori.

Il baricentro si ritrova inoltre innalzato al limite fisiologico, e condurre uke in ogni punto che si voglia sarà da quel momento agevole.

 

 

 

 

E' ora possibile entrare in questo spazio neutro creato precedentemente, al sicuro da ogni possibile reazione di uke.

La tecnica si concluderà con un uchikaitennage.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In alternativa il maestro propone, offrendo la mano da attaccare in posizione chudan (media), di mantenere la mano in posizione honte orizzontale.

Effettua allo stesso tempo un tenkan sul lato esterno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di seguito, invertendo il senso di rotazione del braccio porta uke, che si trova vincolato in un punto completamente fuori del suo baricentro e non può opporre alcuna resistenza, in posizione propedeutica per un  sotokaitennage.

RIcordiamo che uchi kaiten significa rotazione interna (in pratica quella in cui si passa sotto il braccio di uke, mostrata in precedenza) e soto kaiten rotazione esterna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La presenza di un grande maestro attira numeri importanti di praticanti, e diventa sempre più difficile trovare tatami sufficientemente grandi per lavorare sulle proiezioni.

Asai vi rinuncia senza dolersene più di tanto e ne approfitta per una ennesima sessione di aikitaiso, con tori che conduce uke non alla caduta ma ad un benefico esercizio di allungamento, rilassamento, coordinazione.

Del resto i grandi spazi a disposizione per l'allenamento sono una innovazione abbastanza recente: le arti marziali al coperto sono nate in spazi ristretti, ove era necessario muoversi con cautela, e spesso in suwariwaza per occupare ancor meno superficie.

Eppure non sembra che al bagaglio tecnico degli shihan formatisi in questo ambiente manchi qualcosa.

 

 

 

Anche in questa occasione il docente non si accontenta di mostrare, ma controlla attentamente l'esatto adempimento di quanto ha richiesto.

Nessun cipiglio, nessun rimbrotto.

La legittima soddisfazione di avere imboccato o fatto imboccare la strada giusta fa premio su ogni altra considerazione, non c'è spazio per i musi lunghi e ogni momento della pratica è accompagnato quando possibile da un sorriso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sappiamo tutti che in aikido i rudimenti delle tecniche si apprendono più facilmente quando sono statiche, ma ben presto dovrebbe prevalere il piacere del movimento, e si apprende a "chiamare" il proprio uke per invitarlo all'azione.

Nella didattica di Asai questo momento arriva molto presto, per non dire fin dal primo giorno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le limitazioni di spazio cui abbiamo accennato prima non gli impediscono di trovare sempre nuovi sistemi per rendere la lezione più varia e scacciare ogni sospetto di monotonia.

Una chiamata dinamica come quella che abbiamo visto è di solito il preludio ad una proiezione in sotokaitennage molto efficace e che richiede spazi lunghi.

Però il movimento rotativo dell'assieme tori-uke impedisce fino all'ultimo di vedere se si dispone dello spazio necessario lungo la traiettoria prescelta per la proiezione, uke in particolare non ha modo di vedere e prevedere dove verrà proiettato.

 

 

 

 

 

 

In circostanze simili abbiamo visto in passato Fujimoto sensei chiedere  esplicitamente (seminario di Laces, 2010) di guidare uke verso una caduta ushirowaza.

Questo permette di praticare senza pericolo anche sui tatami più affollati e consente di allenarsi anche a chi non è ancora arrivato a padroneggiare gli ukemi o non è più in grado di eseguirli.

Lo scotto da pagare è la rinuncia ad una certa spettacolarità.

Cosa pensasse Fujimoto di quello che chiamava "show" lo sappiamo: togliere.

Che lo pensasse e lo dicesse apertamente un maestro da sempre ammirato anche per la spettacolarità del suo aikido dovrebbe far riflettere.

 

 

 

 

 

Dal canto suo il maestro Asai fruga nella caverna senza fondo delle sue conoscenze per proporre una versione di sotokaitennage che non prevede proiezione ma termina con un inopinato kubishime (strangolamento).

L'efficacia di questa tecnica, quando eseguita con l'intenzione che efficace lo sia, non sottrae nulla alla bellezza estetica del gesto.

 

 

 

 

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